SUSY, 65 anni

Pochi anni dopo la mia nascita mi sono ammalata, la malattia ha caratterizzato tutta l’infanzia, costringendomi a letto, per lo più comunque rinchiusa in casa e lontana da tutte le cose che fanno normalmente i bambini. Quindi spazi all’aperto, convivialità, giochi in comune, niente di tutto questo. Isolata, in casa, chiusa con questa brutta malattia, per altro ho vissuto anche momenti drammatici. Poi sono fortunosamente scampata pur con tutte le conseguenze che fisicamente mi aveva lasciato, a cominciare da una funzionalità renale decisamente difettosa. Crescendo mi è stato sconsigliato di avere figli. Sconsigliato perché sarebbe stato pericoloso sia per me che per il bambino. Questa cosa alla quale per altro mi sono attenuta, non è stato un dramma, non è stata una forzatura grave. Probabilmente se avessi avuto la possibilità di avere figli senza pericoli, con leggerezza chissà, come spesso succede, uno fa figli. Ma io non potevo farlo, e non ho sentito questa costrizione come un dramma nella mia vita. Durante il mio percorso ospedaliero mi è capitato invece di conoscere tante donne che vivevano questa limitazione come un dramma esistenziale, un dramma imprescindibile, per cui si sono sottoposte a gravidanze a rischio, come se la loro esistenza, l’esistenza di una donna non avesse significato se non ci fosse l’esistenza di un figlio, la possibilità di procreare. Io non ho sentito questo, però mi sono resa conto che anche socialmente, non solo individualmente, questa è una cosa che viene mal giudicata, cioè una donna che non procrea è una donna senza significato, che non ha un’utilità sociale, e che non ha una motivazione per vivere. Questa cosa del resto mi è stata detta in primis da mio padre che invece di consolarmi di questo percorso difficile è stato il peggior giudice. Mio padre era uno di quegli uomini, quasi dell’Ottocento, che non erano molto teneri con le donne, poi avevano idee molto ben precise su cosa doveva essere una donna, e una volta mi disse appunto che per lui una donna che non aveva figli era una donna che non aveva motivo di esistere.

Ma insomma anche confronti con amiche, che avevano figli eccetera non mi sono stati risparmiati commenti abbastanza dolorosi. Fortunatamente io non me la sono tanto presa.

Quello che continuo a pensare è che la mia idea di maternità non sarebbe stata di progettualità chiusa, anche perché ho sempre avuto un senso estremamente rispettoso nei confronti della creatura che uno mette al mondo: non sei la mia proprietà, sei una persona che io metto al mondo senza che me l’hai chiesto, e quindi hai diritto alla tua libertà, hai diritto alla tua vita, e non devi gravarti della mia come senso della mia progettualità. Ecco credo che sarei riuscita a mantenere questa idea.

Per i casi strani poi la vita, che naturalmente percorre veramente vie imperscrutabili, mi ha portato a fare l’autrice di canzoni, autrice ed esecutrice di canzoni per l’infanzia. Ma del tutto in maniera, non voglio dire casuale perché niente è casuale, ma insomma imprevedibile. Quindi un po’ per le conoscenze e le amicizie che ho avuto con musicisti più giovani di me, che sono poi alla fine diventati dei figli elettivi, e un po’ per il mio pubblico che negli anni è diventato molto folto. Voglio dire il mio referente come pubblico sono i bambini, sono diventati anche loro dei miei possibili figli. Sicuramente loro me lo fanno sentire perché addirittura a volte nella città in cui vivo, mi fermano e mi fanno capire che quello che gli ho dato è una sorta di eredità.

Sia io che Giulio il mio compagno abbiamo accumulato tantissime cose a livello di ricordi musicali, abbiamo una casa strapiena di dischi, di spartiti, di dvd, poi lui dipinge anche, quindi anche di quadri, di tutto un po’. Mi sono molto spesso chiesta che fine faranno queste cose, perché io e lui sappiamo che ci sono tante cose preziose. Ho anche pensato, e mi piacerebbe anche farlo però non è così semplice, di lasciare la mia casa e tutto il suo contenuto, istituendo una Fondazione per la musica per l’infanzia.  Sono un po’ indignata di come è trattata la musica, in generale.

L’Italia è il paese dell’arte e della musica, specialmente la musica, che è una materia formativa, che in tutti i paesi viene considerata tale, proprio in Italia! E mi sono trovata delle volte con inglesi, americani, tedeschi dove ciascuno impara a scuola a leggere uno spartito, a suonare uno strumento, e quindi immediatamente ha questo esperanto a portata di mano perché dovunque vada, entra in comunicazione con l’abitante che parla un’altra lingua, ma quella lingua è comune a tutti.

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