LUISA MORGANTINI, 77 anni

Quando ero in Perù mi chiamavano la “paciamama” e adesso quando vado in Palestina ovviamente alcuni mi dicono “ascha” che vuol dire l’anziana saggia, altri invece mi dicono “mama” ancora adesso che potrei essere invece la loro nonna.

Sì penso di sì, penso sia sublimazione,non lo so cosa sia, sicuramente ho avuto questa maternità molto espansa, anche se non ho molto.. non il lavoro di cura, forse anche questo ha giocato, io sapevo per esempio che se avessi fatto un figlio avrei dovuto dedicargli del tempo, non potevo sicuramente scegliermi questa vita da zingara anche, perché avrei dovuto dedicargli tempo e perché se avessi fatto un figlio avrei voluto seguirlo.

Non tanto devo dire il problema della responsabilità di dire ad un figlio delle cose, forse questo no, non perché abbia così tante certezze, però alcune profonde le ho, e sono quelle del fatto che non bisogna essere arroganti, che non bisogna ferire gli altri, anche se a volte è inevitabile che ferisci le persone, che devi essere sempre per quelli che sono oppressi, per i più poveri, per quelli che sanno di meno, per quelli che..

Non è pietismo il mio, non è buonismo. Credo che sia proprio una scelta di un modo di essere.

Quando facevo la sindacalista, per esempio, i miei colleghi sindacalisti quando facevamo le trattative parlavano sempre solo con i più esperti, lavoratori, delegati sindacali che erano quelli che sapevano tutto sul cottimo, sulle qualifiche.

Io quando facevo le trattative parlavo ovviamente con loro per rispettare le competenze, ma ero sempre molto più curiosa di sapere che cosa pensasse quell’operaio della Borletti che era in fondo e che non parlava mai, quindi lasciavo gli esperti e andavo da lui a chiedere, tu cosa ne pensi?

E quindi c’è sempre stato da parte mia questo bisogno in fondo di tenere insieme un pò tutti.

Mia madre sicuramente è stata delusa dalle mie scelte, lei pensava che io dovessi sposarmi, avere una famiglia normale, si vergognava molto di me perché invece non mi volevo sposare, convivevo con qualcuno e lo dicevo, non lo nascondevo perché per me era una forma di ribellione, anche di affermazione del mio modo di essere, di vivere.

Però devo dire che ho fatto così tanto, mi riconosco di aver fatto così tanto altro che anche mia madre alla fine era orgogliosa di me, perché anche mia madre era un po’ matta, era un po’ ribelle anche lei, e quindi anche se ogni volta piangeva, perché io non mi ero sposata, non avevo fatto i figli. Mi diceva “guarda come stai, e come sei lontana, in realtà non ho”… l’ho delusa, ma ho riconquistato altro per come mi sono riuscita a muovere anche un po’ nel mondo e nelle cose.

Io verso mia madre invece ho un grande dolore, un grande senso di colpa perché non sono stata accanto a lei quando era malata, perché io ero sempre lontana e lei mi diceva c’è sempre qualche cosa più importante di me.

Forse era vero in quei tempi, io pensavo che in fondo la famiglia, loro, fossero semplicemente un cappio di cui mi dovevo liberare, non ho fatto in tempo a recuperare tutto questo rapporto con mia madre che per altro è stata, io credo, l’unica persona nella mia vita verso la quale io ho dovuto combattere fortemente, per me la figura di lotta e di libertà per me stessa non è stata la figura del padre, è stata la figura della madre. Era lei che voleva imporre a me criteri, modi di essere e la sua volontà. E soprattutto forse anche qualcosa di mia madre ha giocato sul fatto di non avere figli perché mia madre diceva: ti ho fatta io, tu sei mia, e quindi devo fare…  io non volevo essere di nessuno e non volevo neanche avere qualcuno al quale io potessi dire tu sei mio, perché ho sempre pensato che invece no, che la cosa più grande e più bella nei rapporti è quella di essere capaci di non avere proprietà, tant’è vero che poi io per moltissimi anni, da giovane ma questo faceva parte anche di una corrente di pensiero, di un modo di essere, non volevo neanche possedere un piatto nel senso che bisognava essere assolutamente privi di qualsiasi tipo di proprietà.

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