Lea Melandri, 76 anni- I parte

La mia è una storia un po’ particolare perché vengo da una famiglia contadina, molto povera, di mezzadri di Romagna. Il mio paese è Fusignano in provincia di Ravenna. Eravamo in otto, io ero figlia unica di una grande famiglia perché eravamo tre nuclei che abitavano in una cascina in due stanze senza bagno.

Fino agli anni Sessanta, fino a quando non ho avuto 20 anni, ho vissuto ero in una condizione contadina di grande povertà. Ero figlia unica con la passione per lo studio e questo evidentemente mi ha configurato subito come un elemento anomalo in quella situazione, nella quale per fortuna c’erano i miei genitori, due persone meravigliose.

Poi avevo i capelli rossi, nessuno in famiglia aveva i capelli rossi ricci, che studiava, che andava a scuola, mia madre e mio padre hanno investito su di me, hanno visto una possibilità anche di riscatto sociale. Posso di dire di essermi pensata un po’ come un’idea dei miei parenti.

Né maschio e né femmina, ero un essere un po’ anomalo e da parte dei miei genitori non c’è mai stata un’indicazione. Non si profilava un futuro di moglie, di madre, di altra famiglia, semplicemente perché mi dicevano “Se vai male a scuola, se prendi un 5, vai a fare la sarta o a zappare”. Io temevo più di far la sarta che zappare, ma insomma entrambe le cose hanno costituito uno spauracchio di fondo, ma mai, non ho mai visto nel loro sguardo, non ho mai sentito nel loro affetto, nel loro impegno, nei loro sacrifici per farmi studiare la prospettiva del destino femminile.

C’era l’idea di qualcosa d’altro, ripeto molto anomalo perché venivo da una famiglia contadina, dove nessuno aveva mai studiato, dove le donne si sposavano anche presto, lavoravano nei campi. Anzi mi ricordo, se devo dire una di quelle frasi che ti restano scritte nel cuore, nella mente a caratteri di fuoco, di mio padre al primo innamoramento, quando mi disse “O si studia o si fa l’amore” ed io risposi “Studio, naturalmente studio”. E così è stato.

Direi che ero la loro figlia che studiava e anche se adesso non ci sono più, tale mi sento ancora: io sono la loro figlia che ha studiato, che ha avuto questo destino. Eppur, crescendo in un paese dove il destino delle donne era quello di far famiglia, devo dire che il fatto che studiassi con tanta passione – io ho fatto un buon liceo di provincia – in qualche modo è come se mi avesse creato una cortina protettiva rispetto a quello che era l’attesa, non solo della famiglia, ma del paese intero.

Poi è vero ci sono state vicende più complesse anche molto più dolorose, c’è stato un matrimonio nella mia vita durato tre mesi, ed il fidanzamento che l’ha preceduto è stato una forzatura, qualcosa di imprevisto, anche perchè i miei genitori non mi avevano mai dato l’idea del “Ti devi sposare, devi diventare moglie”.

Non ricordo di aver avuto bambole, non ricordo di aver avuto giochi femminili nel senso che in campagna i ricordi più belli sono quelli della pre-adolescenza, anche durissimi perché i miei parenti lavoravano in campagna duramente. C’era molta violenza anche nei rapporti uomo-donna.

Le donne erano figure molto ambivalenti e molto forti: le donne romagnole erano tanto lavoratrici quanto ballerine di liscio, eccezionali, vitalissime con un forte potere affettivo e di cura rispetto ai loro uomini, ma sottomesse.

Quindi sono uscita dalla mia famiglia con le idee un po’ confuse rispetto alla relazione uomo-donna e con l’idea che il mio destino fosse diverso. Ma non mi sono mai posta il problema. Però ritornando al matrimonio, è stato una parentesi dolorosissima.

Le ragioni profonde sono state tante, c’è stata una forzatura dei miei nel momento in cui mi sono fidanzata -in paese ci si fidanzava in casa, e a quel punto bisognava sposarsi, anche se io non avrei voluto-.

Tra l’altro avevo lasciato delle testimonianze, delle lettere alle amiche in cui dicevo che ero contraria al matrimonio, che non volevo figli, quindi c’erano tutte le condizioni, diciamo, per pensare ad un destino completamente diverso.

Ma il matrimonio è avvenuto con la mia contrarietà. I miei genitori hanno obbedito a una logica un po’ di paese ed un po’ di bisogno anche perché quello che sarebbe stato il futuro marito aveva costruito una casa dove saremmo andati tutti ad abitare. Aveva due case con un cortile in mezzo che ci separava.

E’ una storia dolorosa, di cui ho sempre parlato molto poco per rispetto delle persone implicate in questa vicenda durata tre mesi. Mi sono sposata nel luglio del 1965, ma nel settembre del 1966 ho preso servizio (nella scuola), ero già di ruolo a 25 anni nel mio liceo coi miei professori e una mattina presi il primo treno per andare via. Una decisione maturata nel profondo, da anni, e sono arrivata a Milano e lì è cominciata un’altra storia.

Ma ritornando al matrimonio, dicevo è stato un passaggio molto doloroso della mia vita che poi ha avuto strascichi ovviamente. Tutto era regolare nella vita del paese, ero una figura esemplare che un giorno del 1966 decise di prendere la fuga da una piccola comunità. Tutto questo ha avuto effetti sulla mia famiglia, sui miei genitori, due ballerini di liscio, lavoratori eccezionali, generosissimi, che in seguito mi dissero “dopo quella disgrazia che abbiamo avuto, che ci è scappata la figlia abbiamo ripreso a ballare”.

Questo lo racconto per dire quanto mi hanno amato, pur in questa vicenda del matrimonio che è stato poi annullato dalla Sacra Rota perché entrambi eravamo cattolici. Sono molto contenta devo dire ora, anche se non sono più cattolica da tanti anni, che sia stato annullato come non avvenuto. Per me è stato molto importante perché non è mai avvenuto in realtà, io avevo lasciato tutte le clausole del vizio di consenso, tutte le clausole che prevedeva la chiesa cattolica per l’annullamento, compreso il fatto di non aver avuto rapporti sessuali.

E con sincerità devo dire che questa vicenda non ha intaccato la continuità nell’ idea mia, di me stessa, di non avere alcuna intenzione di fare famiglia, di fare figli, di essere madre, moglie.

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