GIULIA, 28 anni

Sono portata a mettere in discussione la parola maternità. Che cosa significa la stessa maternità? Perché stiamo parlando di maternità, non maternità, insomma, un discorso veramente complicato, un work in progress. Parlo proprio personalmente di sentimenti rispetto a questo tema.

Vi posso dire dove sono arrivata a oggi. Credo di essere sicura per quanto concerne il dato biologico, mi sento di poter dire di sentirmi lunàdigas dal punto di vista biologico, cioè non sento l’esigenza di avere un’esperienza biologica e fisica di maternità. Sento anche di non poter escludere il fatto di vivere la maternità in un’altra forma, in un futuro, potrebbe essere, cioè potrebbe essere che ci sia un incontro con un altro essere umano di cui uno potrebbe avere voglia di prendersi cura.

Quindi questa è una cosa che non mi sento personalmente di escludere. Per il momento per quello che è emerso e che c’è un’idea ibrida che mi faceva piacere condividere, cioè pensare alla maternità come, sicuramente non ad un’esigenza biologica.

Mi viene in mente sempre la parola cura, sarà questa cura, il prendersi cura, che è sempre legato con l’essere donna che non sento di escludere a priori, perché così come uno può prendersi cura di un compagno, una compagna, così vale anche con un essere, un individuo di età inferiore ai 10 anni, magari, e che non mi sento sinceramente di escluderlo.

Non è nemmeno così legato all’ essere donna, lo potrebbe dire chiunque, anche un uomo in un certo senso.Si tratta di un discorso abbastanza generale, però il dato politico è importante: in che mondo faccio nascere un essere umano?

In questo senso pensavo veramente ai tantissimi individui che ci sono già, anche quando nel nostro paese si è parlato molto della legge 40, uno dei miei primi moti, mi ricordo anni fa, per carità sono una persona estremamente diversa da anni fa, però questa esigenza di dover mettere al mondo è rimasta. È rimasta l’idea  di dover dire che la maternità, la genitorialità si esprimessero necessariamente con il dato biologico, e quindi la rincorsa alla fecondazione e alla necessità di quel tipo di procedimento, ma non di vivere la genitorialità in un modo che non fosse legato al biologico, ma fosse proprio legato alla cura, alla trasmissione di valori, di un modo di vedere il mondo, di educare, di accompagnare, di tutto questo processo complesso difficilissimo che poi ritengo sia il lavoro più difficile al mondo che aspetta ai genitori. Ne parlo sempre a mia mamma.

Per ritornare a questo, parlando ad esempio di mia mamma che non è assolutamente, non si definirebbe mai una femminista, per quanto fosse una ventenne ben cosciente all’ inizio degli anni Settanta, ha sempre agito come se lo fosse di fatto, ma non di nome, influenzandomi moltissimo. Mi ha sempre detto: Mi ha sempre detto: “Mi interessa che tu in primis ti senta realizzata. Qualsiasi cosa ti permetta di esserlo, mi farà felice”, quindi non c’è mai stato il problema che la mia realizzazione sicuramente dovesse passare dal fatto di avere un figlio o una figlia e quindi di renderla nonna.Aver sempre respirato questa atmosfera, questa sensazione del “sei tu libera di autodeterminarti” e capire quali siano le cose che mi rendono felice, mi fa crescere con questa libertà di poter vedere le cose a mio modo. Su questo è stata determinante e non finirò mai di ringraziarla ed è il motivo per cui quando qualcuno mai mi dovesse chiedere “Quale è il tuo modello di donna, esempio da seguire?”, io risponderei “E’ mia mamma!”. Non vi direi nessun personaggio famoso, non c’è la Rosa Parks del caso, ma è mia mamma.

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