ELBA TERESA, 56 ANNI

Quando ho saputo, quando Paola Sacchi mi ha chiesto se mi avesse fatto piacere un colloquio per parlare sulla mia scelta di non avere dei figli mi sono sorpresa, mi sono sorpresa tanto, per la richiesta che qualcuno potesse parlare con me, che qualcuno che non mi conosceva, volesse parlare con me, e dopo anche la sorpresa di questo: una donna che ha scelto di non avere figli, perché qui è un tabù. Ci sono tanti tabù in questa società, la morte, la vecchiaia, e anche la questione della maternità e dell’eutanasia. Nascere e morire qui sono veramente delle parole che sono diventate pesanti, lontane dall’essere, dal poter essere, dal poter esprimersi, dal poter vivere altre dimensioni, altri pensieri, altre modalità dell’essere che siamo.

Mi ha sorpreso positivamente, però allo stesso tempo mi ha creato delle ambivalenze, perché sono qui da tanti anni e sento che le persone non sono interessate. La parola interesse qui è una parola presa in un senso negativo, in cambio per me la parola interesse, essere interessato, vuol dire: io voglio sapere chi sei, come sei, cosa fai, mi interesso, sei importante come persona, non me ne frego.

Sono più abituata a vivere l’indifferenza, il menefreghismo, la paura, la diffidenza, la chiusura delle persone intorno a qualche cosa che ha a che fare con l’espressione soprattutto dei sentimenti, delle emozioni. Tu chi sei in quanto tu cosa senti, no chi sei per quanto denaro hai, per il lavoro che fai, se hai una macchina. Allora per me è stato limitante, è stato noioso perché vengo da una città aperta dove divertirsi vuol dire anche pensare, ossia pensare vuol dire anche “mi diverto perché posso andare oltre, perché posso immaginare, fantasticare, sognare, inventare”.

Trovarmi l’altro diverso, mi incuriosisce, ecco la parola “mi interessa”, la parola “mi importa” perché siamo curiosi dell’opportunità che l’altro è, che l’altro rappresenta come arricchimento. E allora, va bene tutto questo che dico mi viene così, così senza pensare o pensando adesso a quello che sto dicendo e per quello constato la ricchezza di un incontro, quante cose ci permette di dire che tu non sapevi, che pensavi, che sentivi, che tu non sapevi di te stessa. Quanta scoperta dell’uno e dell’altro c’è in un incontro.

Sono argentina di origine italiana. I miei nonni erano italiani della Calabria. Quindi sono stata educata con questa cultura europea, perché credo che il sogno degli italiani di essere cosmopoliti lo hanno realizzato là, a Buenos Aires perché quando sono tornata qui, portata dal mito, qua in Italia mi sono resa conto che non era una un Paese cosmopolita, aperto al mondo.

Un conto: io sono diverso, in quanto diverso ricco, in quanto diverso posso arricchire e esprimere altri pensieri.

No, qui c’è la discriminazione, il diverso viene discriminato, allora mi sono sentita malissimo, vivendo qui in Italia, perché questi valori che io avevo vissuto, di cui avevo goduto tanto perché c’era lo spazio anche sociale, c’era  il privato e c’era il pubblico, me li sono poi ritrovati a Londra.

In cambio io qui non trovavo il mio spazio sociale.

La mia generazione ha iniziato a contestare, ha iniziato a opporsi a quel pensiero unico, a quel modello di pensiero formale, puritano, ipocrita secondo me, e allora ci siamo rivelati, io mi sono rivelata.

Queste donne che avevano raccolto l’idea del “68”, l’idea del movimento politico, tutta la letteratura allora che si apriva: Marx, Nietzsche, Freud, la psicanalisi, tutto quello che anche c’era, non maggioranza però, mi ha fatto pensare diversamente, mi ha aperto delle possibilità che io all’interno della mia famiglia non avevo, perché io ho avuto una educazione religiosa.

Io dovevo sposarmi, avere dei figli, essere una brava mamma di famiglia. Dopo lavorare sì, però questa non era una cosa importante. Dovevo trovare un uomo che mi mantenesse. E questo era il pensiero comune delle signore frustrate, annoiate, di avere un matrimonio, dei figli, una famiglia normale. Ogni volta che io mi innamoravo, ed ora mi dico meno male che non ho avuto figli perché sennò ne sarei piena, perché mi sono innamorata tante volte per fortuna nella mia vita.

E allora però c’era sempre qualche cosa che andava oltre per cui non ho mai deciso di rimanere incinta per avere un figlio. L’ unica volta nella mia vita che son rimasta incinta di un mio convivente del quale ero molto molto innamorata, ho abortito. Ho fatto una scelta, ho dovuto scegliere perché lui non voleva, e io mi sono detta: sì, ma io madre sola, a me non  interessa.

Allora è stato difficile, però lì ho iniziato a pensare, perché è l’unica volta che sono rimasta proprio incinta. Quella è stata la mia prima scelta, che è stata molto difficile perché lì si presentò un altro problema: il tabù dell’aborto. Quello mi ha permesso di pensare che sì io ho abortito, però avevo un feto, non avevo un essere umano, torniamo al tema della nascita e della morte, no?

Sì, e io mi sono domandata tante cose: cosa vuol dire la maternità, cosa vuol dire essere madre, cosa vuol dire curare e aiutare a crescere un figlio. E io non me la sentivo, non me la sentivo perché ancora, io l’ho capito dopo, ancora dovevo io rinascere a me, ancora io dovevo essere madre e padre di me stessa e se avessi avuto un figlio non avrei avuto l’energia, la forza, il tempo, tutto quello che ci vuole per generarsi, per rinascere a una vita di libertà, perché per me la cosa più importante nella vita è stata la libertà.

E a Londra, quando ci ho vissuto venivano dalla dittatura i prigionieri politici, dalla Colombia. Allora già avevo superato io tutta la questione della mia dittatura, e quello mi ha permesso di aiutare tutte le persone che venivano dalle altre dittature perché in Sud America le dittature sono continue e costanti.

E allora sì che ero una mamma, anche se ho rinunciato ad avere un figlio carnale, perché nella mia vita sono piena di quello che curo, perché tutto quello che genero dopo curo, mi sono presa carico di responsabilità, di impegno, son figli.

In definitiva che necessità, mi sono detta, sono contentissima perché non ho rinunciato al mio essere madre che non passa per una questione di utero e di corpo della carne della mia carne, che non mi interessa la carne della mia carne, il possesso.  Però io non ho rinunciato al mio essere madre energetica, spirituale, psichica, quello che vuoi perché il creare, l’inventare, il generare vita.

Per me io sono una madre e anche padre, se posso essere tanti aspetti del mio essere perché ridurmi a essere una madre carnale?

Io mi sono sentita molto contenta quando ho detto: io ho spezzato l’anello della catena che veniva non so da chi, però vedo che questo bisogno di continuare a tramandare un pensiero uguale, un pensiero unico, non lo condivido. Io non ne posso più di questo pensiero. Io non posso fare una vita comoda, mi piace darmi delle comodità in certi momenti, però una vita comoda mi annoia, io ho bisogno di muovermi, di rischiare, di provare, di impegnarmi, di faticare, la vita comoda mi annoia da morire.

 

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