“Cosa c’entrano altruismo ed egoismo col desiderio di avere dei figli o non averne?”

Ringraziamo Valeria che ci ha scritto per raccontarci la sua esperienza

avere figli
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Ho 45 anni e sono un’insegnante di scuola media, adesso in servizio presso la Casa Circondariale. Ho avuto per moltissimi anni un compagno, con il quale c’era un rapporto fondato più sulla comunione intellettuale ed emotiva che sulla passione fisica: un rapporto comunque fortissimo, che si è mantenuto anche adesso; una delle persone più importanti, tuttora, della mia vita. Lui avrebbe voluto un figlio (ma anche io, credo, se fossi stata un uomo: oggi chi vuole i figli sono gli uomini, non le donne; ma su questo tornerò dopo).

Io ho tergiversato e mi sono tormentata per anni, notte per notte, aspettando e sperando che questo famigerato desiderio di maternità bussasse alla mia porta: ma non lo ha fatto. Le madri, quelle della mia generazione, mi sembravano tutte profondamente infelici e, pur avendo amato moltissimo alcuni bambini e, in alcune fasi della mia vita, avendo amato anche molto passare del tempo con i bambini in generale, non c’era quadro, nell’immaginario della maternità che cercavo di figurarmi, che non mi apparisse poco attraente quando non drammaticamente spiacevole.

Continuavo a dirmi che DOVEVO farlo perché altrimenti me ne sarei pentita, sarei rimasta sola; ma mi sembrava che questo significasse annullare completamente sia le prospettive di vita rispetto alle quali mi sentivo ancora in credito (e mi dicevo: quando uscirò dal tunnel dei primi anni sarò invecchiata, ingrassata, imbruttita, stremata e nessuno più si innamorerà di me; e con lui non posso, da quel punto di vista, sperare che le cose vadano meglio, perché dopo un figlio, si sa, non vanno mai meglio), sia quelle rispetto alle quali mi sentivo soddisfatta, le cose che facevamo insieme: leggere a letto la domenica mattina, discutere di politica con gli amici davanti a svariati bicchieri di vino, passeggiare per Venezia e chiacchierare ininterrottamente osservando il selciato e le vere da pozzo.

Insomma la prospettiva era: devo farlo e la mia vita è finita.

Non mi dispiaceva del tutto, invece, la prospettiva di adottare un bambino. C’era alla base un’idea bizzarra, ma in fondo razionale: se devo stravolgere e annullare la mia vita così, almeno che sia per una buona causa, per aiutare qualcuno che già c’è e non ha niente. Il mondo è pieno di bisognosi: perché fabbricarsi a bella posta un bisognoso per cui sacrificarsi?

L’idea non è andata in porto perché il mio compagno non era molto propenso e perché, credo, un figlio adottivo non ce l’avrebbero mai dato: lui era super precario e qual è lo psicologo che ritiene idonea all’adozione una coppia che non vuole un figlio suo?

Quando è arrivato il momento di decidere, sono andata in depressione e ho conosciuto un altro uomo. Più solido, più semplice, già padre. E lì la storia avrebbe potuto avere un finale già scritto: quel compagno non andava bene, ne ha conosciuto un altro, è rimasta subito incinta. E invece no. Forse avrebbe voluto o vorrebbe anche lui, ma io, nel frattempo, ho maturato la convinzione che, per me, è davvero meglio così. Il desiderio è rimasto fuori dalla porta.

Di pressioni o giudizi espliciti, appartenendo a una famiglia e a un gruppo di amici illuminati, ne ho avvertiti pochi: a parte mia nonna, che finché era in vita continuava a redarguirmi: una donna è realizzata quando ha dei figli, te ne pentirai. (Lei a ogni buon conto, buonanima, i suoi quattro figli li ha trattati sempre malissimo). Più che altro le pressioni e i giudizi sono mascherati, larvati, impliciti: mi ha sempre colpito l’allusione che tipicamente si fa alla dicotomia paura-coraggio. “Dai, una botta di coraggio”; “E’ naturale per tutte le donne volere dei figli, evidentemente tu hai delle paure che ti bloccano”. Bé, anche io avevo dei dubbi, ma poi ho deciso che dovevo lasciare andare le mie paure”.

Non possiamo accettare, da parte di una donna, il non desiderio della maternità: quindi, se abbiamo quel minimo di struttura culturale che ci impedisce di definirla semplicemente una pazza o un’egoista, la camuffiamo, la rendiamo accogliente attribuendogli il nome Paura. Ma ci sembrerebbe folle fare la stessa operazione riguardo ad altre scelte di vita: io ho scelto di fare l’insegnante di Lettere, non la commercialista; l’ho fatto perché fare la commercialista mi faceva paura? Io ho studiato un po’ di arabo, non di cinese: è forse perché ho paura dei cinesi?

Non potremmo invece parlare di desiderio e di scelte e accettare il fatto che sempre meno donne lo hanno, questo desiderio? Donne, infatti. I grafici parlano chiaro: nelle società tanto più le donne acquisiscono libertà di scelta e di tempo libero tanto più la natalità cala. Perché, appunto, fare dei figli diventa meno vantaggiosa, come scelta di vita. Lo è ancora moltissimo, invece, per gli uomini: non passa per il loro corpo, in un’epoca in cui la manutenzione del corpo assume un’importanza maniacale; passa ancora pochissimo, specialmente in un Paese come il nostro, per il loro tempo libero, cioè per il loro piacere, quasi mai per il loro lavoro: perché non dovrebbero volere dei figli? Ciò che rimane è la gioia di vedere crescere il frutto di te stesso, cosa sicuramente meravigliosa.

E qui torniamo al giudizio: dove arriva il giudizio, stolido, sferzante, insultante, chiaro, è fuori, quando ti esponi al di là della tua famiglia e degli amici, quando ti offri in pasto al pubblico degli sconosciuti. Nel 2014 partecipai al documentario “Stato interessante” di Alessandra Bruno, insieme ad altre quattro donne (ancora) senza figli per motivi diversi e dichiarai la mia scelta. Quando la pagina FB di D donna ne pubblicò dei piccoli estratti, mi colpirono moltissimo (e ovviamente mi fecero arrabbiare) i commenti al mio. Il coro, naturalmente, mi voleva al rogo perché sono un’egoista.

Fermiamoci un attimo a pensare.

Cosa c’entrano le categorie di altruismo ed egoismo col desiderio di riproduzione?

Cosa c’entra chi ha sacrificato o dedicato la propria vita per gli altri con chi decide di prolungare se stesso attraverso un figlio? L’italianissimo “Io tengo famiglia” è un’affermazione che automaticamente colleghiamo all’egoismo o all’altruismo? Persino il celibato dei preti, comunque la si veda, è un’istituzione pensata, in origine, perché il pastore della comunità deve occuparsi di essa e non chiudersi nella famiglia: quindi persino il cattolicesimo rivela in verità l’idea soggiacente che famiglia significhi chiusura verso l’altro più che apertura e abnegazione.

Capiamoci: non voglio fare il discorso opposto e sostenere che tutti quelli che fanno o vogliono dei figli sono dei maledetti egoisti; voglio solo dire, appunto, che un figlio è una cosa che fai, sanissimamente, per te stesso e che quindi la scelta di farlo o di non farlo andrebbe proprio sottratta, come alle categorie di coraggio e paura, a quelle di egoismo e generosità.

Io non rivendico (come fanno altri, e non mi piace) nessun egoismo e nessun diritto all’egoismo. Ho fatto volontariato, mi sono sempre interessata di politica, nel mio lavoro ho sempre scelto di occuparmi degli ultimi: non sono egoista e non voglio esserlo, non mi interessa. Ma credo che proprio con i figli non c’entri, anzi.

Un particolare commento a quel video, estratto dal documentario “Stato interessante”, però, mi colpì ancora di più. Qualcuno scriveva: “secondo me questa dice che non ne vuole perché non ne può avere”. Quindi: se non ne vuoi sei un’egoista, una pazza, una schifezza di donna; ma peggio, l’infamia peggiore di tutte, per nascondere la quale si può addirittura accettare gli insulti rivolti al tuo egoismo e alla tua follia, è essere infertile.

Capisci che qua stiamo all’Antico Testamento, alle piaghe, alle cavallette. Capisci anche a quali pressioni sociali spaventose, a quali responsabilizzazioni deliranti siano sottoposte le donne: le madri e quelle che scelgono di non esserlo. Soprattutto, ahimè, da parte di altre donne e soprattutto oggi che al destino biologico qualcuna, molte, decidono di sottrarsi.

Sottraiamoci alla retorica della maternità, allora.

Tutte: sia chi decide felicemente di essere madre, sia chi decide di non esserlo. Possono essere entrambe scelte molto felici: ma la retorica è vischiosa per tutte.

Un pensiero riguardo ““Cosa c’entrano altruismo ed egoismo col desiderio di avere dei figli o non averne?”

  1. una donna che vuole un figlio non è una egoista, non è schiava della società, è una donna che sente questo desiderio legittimo e va rispettata: una donna che non vuole figli è altrettanto libera non è egoista e va rispettata. anche tra gli uomini c’è chi vuole figli e chi non ne vuole a volte un uomo che non vuole una famiglia è considerato un egoista o un “eterno peter pan” (a volte lo è) ma non c’è questa contrapposizione frontale

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