Non bisogna essere madri per costruire una famiglia

Cosa significa ritrovarsi ad essere all’improvviso una figura materna anche se non si è madri? Questa testimonianza raccolta da Shawna Kenney racconta sentimenti ed emozioni di chi lo è diventata con sua grande sorpresa.

Photo by Henrique Macedo on Unsplash
Photo by Henrique Macedo on Unsplash

“Io e mio marito abbiamo iniziato a fare da mentori a Kaiya*, una ragazza di 15 anni. L’abbiamo incontrata durante le giornate organizzate dall’associazione Kidsave, impegnata da anni nella contea di Los Angeles ad aiutare i bambini più grandi spesso dimenticati che vivono negli orfanotrofi o nelle case adottive temporanee. Appena la vidi pensai che fosse una volontaria per via della sua altezza e portamento, ma quando arrivò l’ora di pranzo e si sedete accanto a me e mio marito, capii che non era come credevo. Ci trovammo subito perché tutti e tre amavamo i tacos e la musica” racconta Mary*, una childfree convinta che, pur non volendo figli propri, ha deciso con il suo compagno di ospitare una ragazza in difficoltà.

Da quel primo incontro, si sviluppa tra Mary e Kaiya un rapporto che sarebbe durato nel tempo, fatto di alti e bassi, ma pieno di emozioni.

Nel corso dei mesi Mary e John* scoprono le passioni di quella ragazza “dal cuore aperto con un potenziale enorme”, tanto che conoscendo il suo interesse per le arti e la moda, insieme a Kaiya iniziano ad andare in giro per musei, mostre d’arte o sfilate di moda nei fine settimana in cui la giovane rimane a dormire da loro.

Insieme festeggiano le feste insieme ad amici e parenti della coppia, e con la nascita e la crescita del loro legame si presenta anche la fatidica domanda su come definire quel rapporto.

“Mentre ci muovevamo nel mondo insieme, c’è stato un grande dibattito su come Kaiya avrebbe dovuto chiamarci. A volte le persone pensavano che noi due fossimo sorelle. Una madre adottiva mi suggerì di usare il termine ‘madrina e padrino’ per descrivere la nostra relazione unica con Kaiya oppure definirci zia e zio, ma non ci sentivamo a nostro agio con quelle definizioni, né tantomeno ci piaceva quella di essere considerati suoi amici”, racconta Mary, per cui non era importante o necessario incasellare quel rapporto così speciale.

Così, dal diventare “famiglia ospitante”, come venivano chiamate le famiglie come quella di Mary e John, insieme decidono di essere suoi “mentori”.

La coppia c’è in ogni momento importante della vita di Kaiya, fino a quando la giovane rimane incinta e decide di non continuare gli studi. Un momento particolare nel rapporto tra la ragazza e Mary, che aveva deciso, invece, di non avere figli.

Come sarebbe cambiato il loro rapporto di fronte a quella situazione? Cosa sarebbero stati per Kaiya? Mary decide di fare un passo indietro nella vita della ragazza.

 “Non ho visto Kaiya per alcuni mesi dopo la nascita del bambino, e ho razionalizzato questa decisione dicendomi che aveva bisogno di tempo per legare con la sua nuova famiglia. La verità – ammette Mary – è che mi sentivo delusa dalla  sua scelta di una giovane maternità e non mi sentivo qualificata ad assistere a tutto ciò che ne derivava. Scuola, stage, consulenza di carriera dove sarebbero andati a finire? Quelli erano i soli mondi che capivo e conoscevo. Sulla genitorialità sono completamente all’oscuro. Sono uscita di casa a 17 anni, sono stata rinnegata per aver iniziato una relazione interrazziale e da allora mi sono rimboccata le maniche”.

Proprio mentre Mary stava iniziando a preoccuparsi del suo fallimento come mentore, Kaiya ha iniziato a scriverle messaggi. “Voleva farci un regalo. Era più interessata a sapere come stavamo, a come stavo io, più che nel riceverne uno a suo volta” confida Mary, che decide di incontrare di nuovo la ragazza e si accorge di come la giovane avesse iniziato a costruire la sua vita proprio come lei, anche se in modo diverso. Una vita in cui Mary e John rappresentavano un parte importante.

“Sono cresciuta – racconta la donna – in una famiglia con due genitori, ma ho pensato molto alle persone che mi hanno aiutato quando i miei genitori non potevano farlo. Mi ricordo dell’anziana donna dall’altra parte della strada che ci leggeva le storie e aveva realizzato una scatola d’arte con la quale noi giovani del quartiere potevamo giocare, quando i nostri genitori erano a lavoro. Ricordo anche la famiglia per cui ho lavorato come baby-sitter quando avevo 20 anni, che mi ha insegnato a guidare con il cambio a mano, dandomi un amore incondizionato come fossi una di famiglia. Oppure il vecchio professore che mi ha aiutato a prendere il diploma e laurearmi, nonostante la difficoltà di accedere alla scuola di specializzazione”.

Ora Mary e Kaiya si scrivono quasi ogni giorno e si vedono spesso.

“Non siamo più i mentori di una bambina di 15 anni. Ora sono la spalla di una giovane donna. Sono una guida per quella adolescente diventata adulta che vuole perseguire i suoi sogni e desideri. E così dopo molti anni di battute su fatto che ‘non riesce a liberarsi di noi, le ho chiesto di recente come definirebbe la nostra relazione. E lei, utilizzando anche un emoticon che ride e piange allo stesso tempo, mi ha scritto che siamo una famiglia”.

*Tutti i nomi sono di fantasia per proteggere la privacy delle persone coinvolte.

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